Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1966, il Trentino e buona parte dell’Italia vengono colpiti da forti e continue piogge. Le temperature alte portano allo scioglimento delle nevi cadute nei giorni precedenti sopra i 1800 metri. Alcune dighe cedono, mentre i tronchi caduti formano delle dighe naturali.

 

Nel primo pomeriggio del 4 novembre 1966 l’ingegnere capo del Genio Civile, Federico Menna, dispone il “servizio di piena” mettendo tutti in allarme, dall’esercito agli ospedali.  Alle 19.30 fa chiudere la diga di Santa Giustina sul Noce (Val di Non) evitando che 300 metri cubi di acqua e detriti si sommino a quelli che già stanno invadendo il capoluogo: l’Avisio e il rio Salè che invade la città da sud.

 

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Gli argini lungo l’Adige – Foto tratta da: “Trento 1950-1980. Trent’anni di storia e cronaca”, F. De Battaglia, F. Filippini, A. Gorfer, L. Mattei.

 

«Si è vissuta una notte da incubo, l’Adige ha rotto gli argini a nord della città […] tutta la parte nord è allagata. L’acqua a contatto con il sodio utilizzato nello stabilimento chimico della SLOI ha causato forti scoppi e alimentato incendi con fiamme alte decine di metri, i bagliori si sono visti anche da molto lontano. […] La popolazione è stata presa dal panico, anche perché i vigili del fuoco non riescono più a far fronte alle ripetute richieste di soccorso. Non solo la zona della città è in allerta, ma anche tutte le zone circostanti devono essere monitorate affinché non si riversi altra acqua sulla città o sui territori già pesantemente colpiti.» [Telegiornale regionale del 5 novembre 1966]

 

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Via Roma, Trento. Novembre 1966 – © Archivio fotografico storico della Provincia di Trento

 

«L’alluvione è stata una cosa terrificante: mi ricordo che siamo venuti qui alla SLOI la mattina presto, ci hanno portati con i barconi dei pompieri, ci hanno calati in acqua e ci siamo messi tutti con grande impegno, in mezzo alle melme maleodoranti con le tute, con le maschere e con gli stivali; chi a sgomberare gli uffici e chi i reparti. Era una cosa spettrale con tutti i fusti di sodio che erano scoppiati in giro per lo stabilimento e mi ricordo proprio che è venuto a trovarci anche il Presidente della Repubblica, allora era l’onorevole Saragat. Mi ricordo anche che il padrone Randaccio ci gratificò per quella fatica immensa dicendo anche: “tanti volevano che la SLOI chiudesse, non ci sono riusciti, la SLOI ancora vive”.» [Angelo Parolari, tratto da «Novembre 66», Fondazione Museo Storico, 2008]

 

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Via Suffragio, Trento. Novembre 1966 – © Archivio fotografico storico della Provincia di Trento

 

A poche settimane dall’alluvione la vita, seppur a fatica, riprende. La solidarietà tra la popolazione è davanti agli occhi di tutti, l’unica cosa da fare per ripartire è darsi una mano. Anche molti rappresentanti politici cercano di dare un contributo e fanno visita ai vari paesi del Trentino, compreso Aldo Moro, Presidente del Consiglio, che dice: «Ammiro il vostro coraggio e il vostro civismo. Occorre prima ricostruire, poi costruire per l’avvenire».

 

I morti a causa dell’alluvione in Trentino sono 22, mentre in 500 rimangono senza casa. I danni sono ingenti. Nei tre anni successivi, la Procura di Trento svolge delle indagini per individuare eventuali responsabilità, ma viene confermato che i tecnici hanno fatto il possibile per tutelare la popolazione e il territorio, prima, durante e dopo l’alluvione e per affrontare, limitare e ridurre la portata e le conseguenze del disastro.

 

 

Clicca qui per sfogliare gli articoli del 5 e 6 novembre 1966 de “L’Adige” sull’alluvione a Trento 

 

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Intervista a Giorgio Piffer, nato a Besenello negli anni Trenta, a cura di Associazione Portobeseno

 

 

 

 

«Del dopo-alluvione ricordo, anche con una certa nostalgia, quel senso di appartenenza alla comunità, di solidarietà che unì tutta la gente. Io ero giovane ma tutti lavoravamo a dare una mano a sgomberare le case dal fango, io lavoravo in una fiaschetteria e riuscimmo a salvare quasi tutte le bottiglie.» [Mauro Colaone, tratto da «Novembre 66», Fondazione Museo Storico, 2008]

 

 

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Corso degli Alpini, Trento. 6 novembre 1966

 

 

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Acqua alta in Piazza Santa Maria Maggiore – Foto di Giorgio Salomon, tratta da: “Trento 1950-1980. Trent’anni di storia e cronaca”, F. de Battaglia, F. Filippini, A. Gorfer, L. Mattei.

 

«Nel ’66 a Trento gh’è stà l’alluvione. Noi pompieri de Faedo g’aveven la pianura, da chi a Masen, al ponte che va a Mezzocorona, da lì fino al confine de Salorno. Quindi g’aveven l’Adige da controlar, l’era pu quel el pericol che n’incendio! Perché dal foc te ghe scampi, ma dal’acqua… neanca se te sei bona de nodar!» [Antonio Fontana, nato a Faedo nel 1934]

 

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Le fabbriche a Trento Nord – Foto di Giorgio Salomon, tratta da: “Trento 1950-1980. Trent’anni di storia e cronaca”, F. de Battaglia, F. Filippini, A. Gorfer, L. Mattei.

 

 

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Acqua alta – Foto di Giorgio Salomon, tratta da: “Trento 1950-1980. Trent’anni di storia e cronaca”, F. de Battaglia, F. Filippini, A. Gorfer, L. Mattei.

 

 

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Solidarietà durante l’alluvione – Foto tratta da: “Trento. Cronache 1950-2000”, F. Faganello, F. de Battaglia.

 

 

 

 

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Le scuole Crispi sono adibite a ricovero per gli sfollati dell’alluvione – Foto di Giorgio Salomon, tratta da: “Trento 1950-1980. Trent’anni di storia e cronaca”, F. de Battaglia, F. Filippini, A. Gorfer, L. Mattei.

 

 

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