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«“Quando i mocheni giunsero al mare. Scorciatoie e raccontini di una vita in folle” è un libretto opera di Claudio Morelli, scrittore e poeta trentino, che «ama definrsi “mocheno bianco” per differenziarsi dai mocheni che parlano l’antico dialetto bavarese». [cit., Lino Beber in Quando i Mocheni giunsero al mare, Publistampa, Pergine Valsugana 2015]

 

Il suo libro mostra, attraverso racconti dagli spunti autobiografici, il cambiamento degli usi e dei costumi di una comunità, quella mochena, dai tempi dell’infanzia dello scrittore negli anni Cinquanta fino ai giorni nostri. Molte sono le tematiche: l’arrivo della televisione, la dieta povera prima del boom economico, i rapporti familiari, la vita nei paesi, le abitudini agricole e molto altro.

 

Nella prefazione, il lavoro di Morelli è così descritto: «”O tempora, o mores” tuonava Cicerone nelle sue orazioni contro Verre e contro Catilina e possiamo tradurre: “cambiano i tempi, mutano i costumi” e Claudio, che non è solo uno scrittore, ma prima di tutto un poeta, osserva e descrive il mutare del corso dei tempi e la penna scorre veloce e arguta a descrivere avvenimenti e sentimenti».

 

Quando i mocheni giunsero al mare

 

I maccheroni

 

«Ogni giorno polenta. Un pezzo di formaggio, un po’ di verdura. A volte carta di sgombri, o di “bondola”. La dieta dul finire degli anni Cinquanta era alquanto ristretta e le pietanze reperite nella bottega sotto casa non erano molte. […] La polenta, si diceva. Era la regina incontrastata del pranzo delle undici e le occasioni in cui si mangiava la pastamagnar de ‘taliani – erano, prima del boom economico, assai rare e quindi quando capitava di addentare un piatto di “bigoi” o di “rugoni” era, non dico un avvenimento, ma qualcosa di speciale, una festa.»

 

 

Arafat

 

«All’inizio degli anni Settanta cominciò la moda delle feste campestri, per raccogliere gente e soldi da destinare ad associazioni o enti benefici. Il mio paese, Canezza, fu precursore di questo genere di attività […]. A questo proposito voglio ricordare il manifesto che fu ideato in una elle prime feste, sarà stato il ’74 o il ’75. Un cartello, a ripensarci, che conteneva elementi di marcheting moderno, un po’ surreale e visionario.

A caratteri cubitali c’era scritto: “Arafat a Canezza per la festa campestre di sabato e domenica“. Su altri cartelli al posto di Arafat c’era il nome del calciator Chinaglia, all’epoca assai popolare; […] Subito sotto il nome del personaggio c’era però il verbo “verrebbe” scritto piccolissimo. E più giù, scritto ancora in piccolo, un testo che diceva: “Arafat non verrà, anche perchè non lo sa, ma se solo lo venisse a sapere…“. […] Una pubblicità coraggiosa, borderline per l’epoca, che suscitò interesse e qualche sorriso e nessun imbarazzo. Ricordo il commento di un giovane di Viarago che affermò che per capire la pubblicità di quelli di Canezza “bison esser studiadi”

 

 

 

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