I fiòi e i linzòi no i è mai masa!

 

Durante gli anni ’50 non era per nulla strano nascere fra le mura domestiche invece che all’ospedale, soprattutto per i bambini che venivano al mondo fuori dai grandi centri.

I collegamenti fra centro e periferia erano pochi e il viaggio rischiava di diventare lungo e poco confortevole. Per questo motivo le donne optavano per il parto in casa, accudite da una levatrice o da un’ostetrica.

 

Era una faccenda tutta al femminile: agli uomini, mariti e padri, non era permesso affiancare la moglie durante il travaglio, né a casa, né all’ospedale.

 

Nascere in casa

Foto tratta da “L’amore fa… Raccontare. Storie, immagini e ricordi d’amore raccolti presso il Centro Servizi Anziani”, 2006

 

Non era raro che una donna incinta, soprattutto nel mondo contadino, continuasse a lavorare in campagna fino all’ultimo momento. L’esperienza di gravidanze precedenti inoltre, dava alla donna una certa esperienza così da permetterle di svolgere i soliti lavori.

 

C’erano anche molti rischi nel nascere in casa, non solo legati alle eventuali complicanze del parto, quanto piuttosto legati al clima: i pargoli che nascevano nei mesi invernali andavano incontro a malattie come influenze e polmoniti causate dal clima rigido e dallo scarso riscaldamento dentro le case.

 

 

 

 

 

 

 

Nascere in casa

Foto tratta da: “Andalo e le sue genti”, 2009

 

 

 

 

 

 

 

Nascere in casa

Foto tratta da: “Molveno, Passato e presente”, vol. 7, 2015

 

 

 

 

Credit material: progetto Generiamo Memoria I e II, a cura dell’associazione Te@

 

 

 

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